L’incazzatura (quella di Crosetto e quella mia)

incazzarsi v. intr. pron. [der. di cazzo], volg. – Arrabbiarsi, irritarsi fortemente. ◆ Part. pass. incazzato, frequente anche come agg., arrabbiato, irritato; rafforzato:è sempre lì a guardarti, sempre uguale, come fossero le sei di pomeriggio a vita,da quando ti svegli a quando vai a letto i. nero (Enrico Brizzi). Frequente anche il superl.: era incazzatissimo.

(da Treccani.it, L’Enciclopedia italiana)

Domenica. Ore 14,15. Casualmente sto guardando Domenica In. C’è Giletti (!) che conduce una sorta di tribuna politica con ospiti provenienti da entrambi gli schieramenti. Il tema sono le ultime uscite dell’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

La parola passa al deputato del Popolo delle Libertà Guido Crosetto. Il dibattito ha ormai raggiunto toni sostenuti, ma Crosetto sembra voler riportare il livello della conversazione a livelli più sobri.

Tuttavia eccola, ad un certo punto, la perla che non ti aspetteresti, ma che ricevi come il tuo cappotto nuovo accoglie l’escremento di piccione in caduta libera dal cielo: “i cittadini hanno ragione a incazzarsi…”.

Premetto: non sono tra quelli che si indigna di fronte a una scurrilità o a una bestemmia (sono toscano…). La parolaccia può essere un artificio retorico utile, può contribuire a rafforzare un concetto o una espressione oppure può essere utilizzato per colorire una invettiva o una battuta.

Il problema è che ci sono tempi, modi e soprattutto luoghi e situazioni per utilizzare la volgarità. Altrimenti il termine stona, stride, diventa un dannoso e ruffiano ammiccamento nei confronti dell’ascoltatore che viene considerato così ignorante da non poter comprendere altri termini e dal farsi affascinare dal personaggio pubblico che parla “proprio come parlerei io”.

Dannoso perché, come detto in altri interventi, abbassa la qualità della discussione a livelli da “bar sport”, non insegna niente di nuovo, non educa. Ruffiano perché, appunto, si tratta di una strizzatina d’occhio nei confronti della casalinga che sta rigovernando o del pensionato che sonnecchia digerendo in poltrona.

E non ditemi che sono razzista perché parto dal presupposto che il pensionato e la casalinga posseggano una cultura inferiore. Questo relativismo per cui ognuno deve riconoscersi e immedesimarsi nel prodotto che ascolta o osserva ha fatto sì che i pomeriggi televisivi fossero sommersi da programmi spazzatura, che in radio si ascolti sempre e solo la solita musica commerciale (uguale a se stessa, tranne in rari, apprezzabili, casi), che i quotidiani catturino l’attenzione del pubblico con titoloni e articoli sensazionalistici e non con la sostanza dei fatti.

Secondo me questa è la vera forma di razzismo: ritenere che la massa non possa capire e apprezzare qualcosa di più complesso, che li costringa a ragionare anziché a stordirsi con un intrattenimento povero di contenuti e becero.

E forse è per questo che la sinistra ha spesso perso in questi anni. In molti sostengono come essa non abbia ascoltato le masse, non abbia saputo interpretarne le richieste. Secondo me, invece, essa ha sempre avuto l’onestà intellettuale e critica di presentare le proprie idee e i propri principi. Nel passato più recente come in quello remoto. La differenza sta, però, nel compito svolto dall’egemonia culturale. Forse è merito di una classe dirigente un tempo più autorevole e preparata, forse è cambiato l’ambiente sociale di riferimento, forse in questi anni è mancata una ideologia motivante. I motivi possono essere molteplici e l’indagine a riguardo è sicuramente interessante e appassionante (ma richiederebbe tempi e spazi più ampi di quelli a mia disposizione in questo momento).

Il punto è come nel frattempo la concorrenza sia riuscita a impossessarsi di quel ruolo. Lo ha fatto non sostituendo idee a idee e costruendo meccanismi per influenzare l’opinione pubblica. Questo è vero solo in parte. La destra, in poche parole, è riuscita a diventare culturalmente egemonica fondendosi con la massa, semplicemente riproponendo, e non interpretando, le esigenze del popolo e presentando programmi che potevano esser stati scritti dal cittadino qualunque durante l’attesa in fila alle poste.

La proposta “culturale” è la mera ripresa di questo concetto.

Allora fino a quando l’egemonia culturale sarà in mano ai Costanzo, alle De Filippi, ai Cucuzza, fin quando divertimento verrà fatto coincidere con l’intrattenimento fine a se stesso, la propensione all’ascolto e all’attenzione dei cittadini sarà sempre limitata e sarà sempre più difficile lanciare messaggi complessi.

E allora tutto si limiterà alla forma dello slogan e dell’invettiva. O della parolaccia. Crosetto docet.

 

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Omicidio passionale

passione s.f.
Nell’accezione comune, inclinazione esclusiva verso un oggetto, sentimento intenso e violento (di attrazione o repulsione) che può turbare l’equilibrio psichico e la capacità di discernimento e di controllo.

(da Treccani.it, L’Enciclopedia italiana)

Omicidio passionale è una espressione che viene frequentemente utilizzata per catalogare quei fatti delittuosi che hanno come movente unico o principale una questione sentimentale. Non passa giorno che la cronaca locale o nazione non riporti il caso di un amante respinto, di un marito o di una moglie traditi, di un raptus di gelosia del compagno o della compagna, risoltosi, purtroppo, con una o più vittime (Va comunque precisato come i crimini commessi dalle donne rappresentino una percentuale decisamente residuale). E ogni volta l’espressione usata dai media è la medesima: omicidio passionale.

Premessa a quanto scriverò successivamente: l’etimo della parola passione deriva dal sostantivo latino passio, il quale, a propria volta, aveva origine dal termine greco pathos, che, tradotto grossolanamente, significa contemporaneamente “emozione” o “sofferenza”. Ergo, il termine può essere interpretato con una duplice accezione. Una positiva se l’emozione in questione è buona o suscita reazioni gradevoli; una negativa se corrispondente a una emozione deteriore o, appunto, alla sofferenza (che di solito è generata dall’assenza di qualcosa).

L’argomento è interessante e foriero di innumerevoli considerazioni filosofiche. Mi limiterò, tuttavia, a una considerazione del tutto personale, per quanto la mia opinione valga poco o niente.

Io do una interpretazione più rigorosa al termine “passione”. Ritengo, infatti, che la passione debba essere considerata un elemento del tutto positivo. È quel qualcosa che va oltre l’amore, che travolge chi la prova, modificando pensieri e abitudini di vita in maniera radicale.

Raramente nella mia esperienza ho incontrato la passione. Forse un paio di storie sentimentali hanno raggiunto quel grado. Le altre, per svariati motivi, sono state soltanto qualcosa di più di un flirt. Per l’attenzione e l’inclinazione che nutro nei confronti della musica e della politica, queste possono essere considerata passioni. Tutte le altre attività si fermano al livello di mero interesse.

Pensando alle persone o alle cose che sono o sono state oggetto delle mie passioni, mai mi spingerei a commettere atti di violenza a loro cagione. Per amore di una donna ho commesso sciocchezze – come guidare sotto la neve per un centinaio di chilometri dopo la conclusione brusca di un rapporto, rimanendo solo dietro un portone serrato per diverse ore e rischiando l’assideramento –, ho avuto attacchi di panico, ho trascorso mesi di inferno conditi da notti insonni, apatia, disappetenza, senza riuscire ad avere altro pensiero. Ma mai avrei torto un capello alla mia amata.

Per quanto sicuro e convinto delle mie idee, mai userei violenza contro altri che non la pensano politicamente come me e che magari mostrano disprezzo per le mie opinioni.

Allora cosa spinge un uomo o una donna a fare del male all’amato/a? Non sono uno psicologo, ma a mio avviso potremmo e dovremmo parlare più correttamente di omicidi dovuti a un raptus o a un eccesso di mania (omicidio maniacale? Mi risulta un po’ cacofonico). Quando la passione trascende, essa diventa ossessione. A differenza del “passionista”, il maniaco non solo non ha il controllo dei propri pensieri, ma non ha neanche la padronanza delle proprie azioni e, non riuscendo più a discernere tra bene e male, finisce per commettere efferatezze.

Quindi, riassumendo: teoricamente e etimologicamente non è sbagliato parlare di omicidi passionali, ma ritengo poco opportuno accostare il dolore a qualcosa che può essere positivamente totalizzante come un amore assoluto.

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Choosy

Choosy agg. inglese

(colloq.) pignolo, esigente, difficile: choosy about food esigente nel mangiare.

(da www.dizionari.corriere.it, il Sansoni inglese)

Qui entriamo in un campo specifico della critica: l’anglicismo forzato. Siamo in Italia, Paese stupendo, culturalmente ricco (almeno se guardiamo al passato). La domanda che mi faccio è: perché ci lamentiamo se l’Unione Europea non annovera la nostra lingua tra quelle principali (gli atti ufficiali vengono tradotti in inglese, francese e tedesco), ma poi siamo i primi a stuprarla immettendo nel nostro vocabolario quotidiano parole straniere che potrebbero trovare equivalenti nazionali? Badate: il mio non è un inno all’autarchia né una manifestazione di xenofobia. Semplicemente non capisco l’utilità di questa tendenza.

Nella fattispecie di oggi, il termine “choosy” è stato utilizzato dal ministro del Lavoro Elsa Fornero per censurare il comportamento evidentemente giudicato troppo altezzoso dei giovani in cerca di un primo impiego. Essi non si adatterebbero alle proposte del mercato del lavoro e andrebbero alla ricerca di mansioni troppo ambiziose per un neo-diplomato o un neo-laureato.
Ma non poteva semplicemente dire: “ragazzi, non siate troppo esigenti. Accontentatevi di quello che passa il convento…” ? Evidentemente no, non era abbastanza professionale o moderno. O forse sperava di non essere capita vista la gravità della sua affermazione.

Lo so, ho detto che questo non sarebbe stato un blog politico, o meglio, che non sarebbe stato un blog solamente politico. Però un sassolino dalla scarpa me lo fate togliere? Oh, il blog è mio e ci scrivo io!

Caro ministro Fornero, stamattina sono andato in una delle tante agenzie interinali nelle quali sono iscritto per sostenere un pre-colloquio di selezione per diventare allievo caporeparto di una grande catena di supermercati e ipermercati. Tranquilla signora Ministro, non si preoccupi. Dietro il termine “caporeparto” probabilmente si nasconde un’altra realtà meno manageriale: quella del commesso. Sono andato comunque al colloquio armato di speranze e buone intenzioni: rispondevo appieno a tutti i requisiti richiesti, compresa la disponibilità a lavorare su turni e fuori regione. Fare il commesso non è mai stato il sogno della mia infanzia (volevo fare il pompiere!) né ho studiato 20 anni per alimentare questa ambizione. Ma come dice Lei, bisogna essere propositivi e positivi.

Sostengo dunque il colloquio, ma al termine la pre-selezionatrice mi appare dubbiosa. Non capivo: avevo risposto positivamente a tutte le sue richieste e mi pareva di aver dato prova della mia massima disponibilità a adattarmi alle esigenze dell’azienda. Incalzata da me alla fine la selezionatrice ha ceduto: secondo i parametri dell’azienda che le ha commissionato l’incarico, da una parte disporrei di una laurea poco vantaggiosa, dall’altro il grado della mia laurea sarebbe fin troppo elevato. In altre parole sarebbe meglio che fossi o diplomato o laureato in una materia scientifica. Questo perché – sempre a detta dell’impresa committente – gli ingegneri e i biologi avrebbero maggiori e migliori capacità di organizzazione e adattamento. Per mettere merce sugli scaffali. Inoltre il grado della mia laurea testimonierebbe ambizioni più alte che non quelle di fare il commesso, e questo costituirebbe un pericolo per gli alti costi sostenuti per formarmi. Per mettere merce sugli scaffali.

Ora, punto primo, lasciate a me dire quali siano le mie ambizioni. Punto secondo, a me è stato insegnato che un modo per evitare che i dipendenti fuggano dall’azienda è proprio quello di gratificarli (economicamente, attraverso il salario, ma anche valorizzandone le capacità e le competenze, o rendendo probabile una possibilità di avanzamento di carriera).

Insomma, caro ministro Fornero, io non sono “choosy”, ma chi mi garantisce che a fronte dell’ampia offerta di manodopera (35% di disoccupazione giovanile!) non siano “choosy” le aziende? Chi sorveglia sul fatto che le aziende non stiano scatenando una vera e propria guerra tra poveri, nella quale neolaureati e plurispecialisti vengono costretti a farsi concorrenza anche per uno stage mal retribuito?

Caro ministro Fornero, se siamo arrivati a questo livello è anche perché qualcuno è stato troppo poco “choosy” in passato.

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Rottamazione

rottamazióne s. f. [der. di rottamare]. –
1. Attività consistente nel selezionare, ricavandolo da qualsiasi struttura metallica ma spec. da autoveicoli fuori uso, il materiale metallico ancora riutilizzabile, e nell’inviarlo come rottame in fonderia.
2. Sostituzione di vecchi oggetti con altri più moderni, favorita da incentivi economici e sgravi fiscali: incentivi per chi effettuerà la r. delle auto non catalizzate.

(da Treccani.it, L’Enciclopedia italiana)

Il termine “rottamazione” entra prepotentemente alla ribalta delle cronache per l’utilizzo che ne ha fatto il candidato alle primarie del centrosinistra e primo cittadino di Firenze, Matteo Renzi.

Come dichiarato dallo stesso Renzi, il termine dovrebbe sintetizzare in maniera chiara e immediata la necessità di un radicale rinnovamento della classe dirigente politica italiana partendo proprio da quella interna al Partito Democratico. Si tratta, dunque, di una esigenza legittima e condivisibile, sulla quale esprimo una semplice perplessità: era davvero necessario ricorrere all’utilizzo di questo termine?

Francamente trovo piuttosto irrispettoso nei confronti delle sensibilità e della storia delle persone “oggetto” di rottamazione appellarsi a loro come se fossero auto usate o frigoriferi non più funzionanti. Una mancanza di rispetto che ha provocato successivamente quello spiacevole incidente del finto D’Alema investito dal camper renziano. Bene ha fatto il comitato pro Renzi a prendere le distanze dall’episodio, ma di certo tutto questo non basta e le scuse giungono tardive. In altre parole, dovevano aspettarselo.

Non entro, dunque, nel merito della questione. E’ pertinente all’argomento di questo blog limitarsi alla constatazione di come un termine sbagliato in ambito politico rischi di banalizzare una questione che, invece, va trattata con dovuta serietà, specialmente in un momento delicato come quello che stiamo attraversando in questi mesi.

L’auspicio è che prossimamente la politica italiana torni a discutere dei problemi del Paese con sobrietà e senso del dovere, ponendosi l’ambizione di elevare la qualità del dibattito politico pubblico oltre quello che è il livello del chiacchiericcio da bar, che, per carità, ha la propria legittimità, ma se legato a tale contesto e non esportato in luoghi meno propri come quelli istituzionali o come le tribune politiche televisive.

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